Ci si separa da tante cose, volti e persone.

La vita è di per sé ogni volta allontanarsi verso nuove impressioni.

 

Se la vita fosse un lungo banco di scuola, un’enciclopedia animata d’apprendere sulla propria pelle, ognuno avrebbe il suo specifico programma educativo, personale e soggettivo, fatto di variopinte esperienze.

E se ogni nostro esame avesse di base sempre lo stesso intento cognitivo, sarebbe quello di comprendere e armonizzare un trauma originario nei suoi molteplici aspetti.

Se, poi, i traumi di tutti, con i relativi disagi psichici, avessero sostanzialmente un comune denominatore, la stessa innata causale incidente, sarebbe il contraccolpo della separazione.

Ogni trauma è in principio separazione, che in base ai vari contesti assume una connotazione diversa; abbandono, rimprovero, ferita, violenza, isolamento, chiusura, blocco, ostilità, aggressività, allontanamento, accantonamento, intolleranza, rifiuto, conflitto, pregiudizio, sfiducia, rinuncia, mancanza, perdita, malattia, etc.

Ogni circostanza di squilibrio, instabilità, disarmonia, discordia, ha fondamentalmente una causa di separazione.

Persino possiamo separarci da noi stessi, dalla nostra essenza più profonda, autentica e divina, qualora viviamo un rapporto conflittuale con noi stessi di rigido perfezionismo, di non compassione, né accettazione.

Ogni stato intimo di separazione insatura, trascurato e perseverante, conduce naturalmente al malessere psicofisico.

Il dinamismo mutevole intrinseco al divenire esistenziale presuppone stadi continui e progressivi di separazione, nel senso che evolvere verso orizzonti nuovi comporta allontanarsi dallo scenario contingente.

Separarsi dall’ambiente dove siamo nati e cresciuti per costruirsi una nuova famiglia, dal nostro bambino interiore per compiere l’età adulta, dalla scuola per addentrarci nel mondo del lavoro. Salutare un amico o un compagno per intraprendere strade diverse, perdere un oggetto caro, smettere un abito stretto. Trasferirsi da una casa a un’altra. Cambiare una realtà deludente e sterile; lasciare ideali, principi e valori decaduti, credenze e convinzioni sgretolate. Etc.

Ai nostri esordi, abbiamo esperimentato la separazione madre di tutte le separazioni, quella dalla sorgente originaria, dopo di che è stato un crescendo di esperienze di separazione: a ogni tappa del nostro cammino, per proseguire oltre, ci siamo ritrovati a ponderare dei punti di riferimento. Il nostro spirito nel fare ogni volta le valige, col sorriso o con la disperazione, dipende se stiamo cavalcando l’onda del nostro mare esistenziale, oppure se siamo travolti dalla corrente.

L’attitudine diffusa all’attaccamento verso cose e persone, persino alla routine quotidiana, tiene ancorati sempre al solito porto, quand’anche causa stallo e malessere. Sostanzialmente, questa tendenza è generata dalla paura di rivivere la sofferenza di una separazione traumatica, che ristagna nei meandri del nostro animo.

La Vita è continuum divenire, progressivo mutamento;

e senza separazione, in senso lato, non ci può essere il cambiamento.

La separazione di per sé è un’agente” né buono né cattivo; la sua caratterizzazione dipende dalla nostra percezione e consapevolezza. Dipende se subiamo la separazione passivamente come ingiuria e scelta obbligata, forzata, condizionata; oppure se la viviamo coscientemente, accettandola responsabilmente come parte del nostro cammino evolutivo, davvero liberi d’intendere e volere, in assetto incolume e integro.

Se la separazione è passaggio intrinseco al divenire universale, la forza della separazione ci edifica nell’atto consapevole e responsabile di lasciar andare e di andare oltre, portando dentro le cartoline dei luoghi vissuti e degli sguardi incontrati, con in tasca il diario dei sentimenti e delle emozioni saggiate.

 

s.si

 

Foto copertina di Giani Pralea da Pixabay 

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