««Come posso io riconoscermi nella mia immagine riflessa?»»

«È fondamentale che io riconosca me stessa. Sembra che l’unica via sia allontanarmi dalla zona comfort, dove sono cresciuta. Solo prendendo le dovute distanze, posso guardarmi da una intro-prospettiva nuova, libera e più ampia. Non è rinnegare le mie radici, è spostarsi in una condizione esistenziale di zona franca e spogliarmi dei vestiti che mi hanno messo alla nascita, tornando nuda di fronte all’universo delle cose. Libera di essere e creare, comprendere, discernere e valutare, in assonanza e risonanza con il mio vero sé. Un nuovo, che comprende ciò che è stato ed è libero di muoversi nel presente…» (“Isola”, inedito.)

Quando mi separo da una condizione, emozione, destabilizzante, posso osservarla e comprenderla. Divento responsabile delle mie vulnerabilità, crescendo in auto – consapevolezza. Si chiama virtù del distacco. È una qualità di approccio a sé stessi e alla vita, che contempla la dote della ponderatezza e coltiva quella dell’essenziale. Diversamente dalla corazza dell’insensibilità, questa attitudine tutela e fortifica i sentimenti.

Distanziarsi è l’arte di non lasciarsi travolgere passivamente dalle proprie debolezze, per cui vivo i moti dell’animo consapevolmente, rispondendo di me stesso. Mi esprimo quando, come, dove e perché lo sento, mi rispecchia, ci credo, mi riempie e mi fa star bene, indipendentemente dal risultato, senza aspettarmi qualcosa in cambio, senza confidare in un effetto piuttosto che un altro.
Questo atteggiamento mi salvaguarda dall’ansia sterile, dalle delusioni e dalle frustrazioni. Mi permette di cogliere l’attimo presente, di esprimermi autenticamente, di godere della bellezza dei sentimenti e di ottimizzare le esperienze. Il fine si sposta dal risultato sull’azione, sull’espressione in sé.

Distanziarsi, nel senso invece di uscire di scena, è abilità preziosa quando l’emozione ci sorprende, ci colpisce e ci s-coinvolge dall’esterno. Scendendo in platea come spettatore automaticamente prendo le distanze dallo stato di turbamento. Allora mi pongo nella condizione di recuperare una stabilità psichica; ciò che mi si proietta davanti fa da specchio al mio interno e posso elaborare il disagio in modo costruttivo.
Mi salvaguardo dal cedere la mia energia, forza vitale, all’altro, convogliandola invece nella mia crescita in consapevolezza, che poi è la cosa più importante per cui probabilmente sono qui… Mi salvaguardo pure dal vanificare le mie risorse nel cercare abusivamente di controllare e cambiare l’altro a mio piacimento. Canalizzo l’attenzione sulla sola cosa che posso potenziare, me stesso.
Distaccarsi dalle provocazioni è complesso nella misura in cui l’altro riveste un ruolo speciale. Potremmo essere coinvolti al punto che fare un passo indietro è persino impensabile. Dovremmo essere “bravi” da capire se siamo “telecomandati” da propositi incondizionati oppure dalla frustrazione e fermarci… Comunque, già “applicare” la virtù del distacco per tutto il resto, ci preserverebbe da molti disinganni.

La virtù del distacco favorisce l’indipendenza, autosufficienza, l’espressione autentica e di conseguenza la responsabilità personale. Ha effetti pro-positivi anche sulla qualità dei rapporti interpersonali.
Quando sposto l’attenzione su di me e mi osservo nello stato di scompiglio, posso soppesare il disagio interiore alla base della mia reazione insana. Nell’atto di osservare, prendo le distanze dalla situazione: predisposizione ideale per recuperare uno stato armonico, per comprendermi ed espandermi in auto-consapevolezza. Al contempo tutelo l’altro, poiché non sfuggo il disagio scaricandolo all’esterno. Evito di impegnare le mie energie in modo improprio, tentando di plagiare l’altro. Evito pure di circondarmi di elettricità esplosiva incandescente, che solo avvelena gli animi, senza apportare alcun beneficio.

Vivere con distacco un’emozione destabilizzante, una condizione di disagio, significa restare presenti a sé stessi. Se la vivo consciamente, senza opporre resistenza, imparo a conviverci e di conseguenza ad accoglierla. Accoglierla equivale ad accettarla, ovvero a riconoscerla come parte integrante di me. Riconoscendomi in essa, mi do la chance in più di evolvere la debolezza in potenziale risorsa: mi do la possibilità di comprendere e sanare il bisogno o paura, che sta all’origine.
Si impronta un processo di autoguarigione, una sorta di auto-seduta psichica, in cui io sono il terapeuta di me stesso alla luce della mia attuale saggezza: valuto se nel mio percorso esperienziale sono emersi ulteriori fattori per cui posso reinterpretare la deficienza da una prospettiva più espansa, con una chiave di lettura diversa da quella originaria e armonizzante.

Distacco per evolversi dallo stato di dipendenza, dalla mania morbosa del controllo verso sé stessi e l’altro, per amare in modo incondizionato, imparando a lasciarsi andare e lasciar andare l’altro.

La virtù del distacco non è una panacea, le panacee non esistono, almeno in questo mondo; ma è una modalità di atteggiamento performante il tutto, o quasi!

La capacità di distaccarsi promuove un’altra virtù cardinale, quella della lungimiranza, verso il consolidamento dell’integrità personale, ed è un caposaldo della legge dell’abbondanza.
Praticando la virtù del distacco emerge la virtù dell’essenziale: impariamo a mettere a fuoco noi stessi, la nostra esistenza e l’altro; di riflesso tendiamo a vivere solo chi e cosa veramente e sostanzialmente per noi fa la differenza!
s.si


Foto copertina di ARLOUK da Pixabay

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