««Angelo se esisti, davvero “distanti ci facciamo meno male”?»»

Riempite il silenzio per zittare l’inquietudine, “affogandola nell’alcol”. Insofferenza alla solitudine è bisogno insano di stare fuori di sé. Un anestetico che funziona in superficie e che ha il dannoso effetto collaterale di rallentare la crescita in consapevolezza, di compromettere la stabilità psicofisica e la qualità dei rapporti interpersonali, poiché comprendersi è comprendersi anche in relazione all’altro. La solitudine è condizione imprescindibile per guardarsi allo specchio, per spingersi nelle zone buie e ambigue della personalità, quelle che soggiacciono silenti e che risuonano nell’ombra, rendendo vulnerabili; per ascoltarsi lontano dal frastuono della folla e imparare a prendersi veramente cura di sé. Quando la persona si da le attenzioni di cui bisogna, non le va a cercare morbosamente fuori di sé e costruisce rapporti interpersonali liberi da aspettative condizionanti, da dipendenze malsane, abusi e violenze; cosicché la persona gode dello stato di grazia per cui si affaccia al mondo con occhio di riguardo, rispettando autenticamente l’altro. L’incuranza di sé è invece ignorare le proprie responsabilità, imputare al mondo le proprie frustrazioni, disgrazie e insoddisfazioni. La persona è incapace di riconoscere e quindi onorare il potere assoluto del libero arbitrio per sé stesso, impedendosi di evolversi e innalzarsi di frequenza vibrazionale. Di questo stallo involutivo ne risentono le relazioni: si tessono contatti insani che non arricchiscono ma depauperano reciprocamente. L’essere assume un’approvazione dell’altro tendenziosa, incline all’arroganza e pretensione, aspettandosi sé stesso… Si espone a un circolo vizioso di autocommiserazione, vittimismo ingrato, sconsideratezza e incuranza verso il prossimo, prevalendo alla fine un senso di rivalsa, un bisogno di compensazione del vuoto interiore, un insano egoismo che compromette l’incolumità interpersonale. Ecco perché in alcuni casi la distanza anche fisica è una risorsa preziosa di tutela da atti impropri, dovuti a stati alienati e incoscienti, che precludono una sana incondizionata attenzione e cura dell’altro. Stare soli con sé stessi, non è uno stato di chiusura, bensì è dedicarsi un luogo e un tempo di raccoglimento, di ascolto interiore: terreno fertile per coltivare la stabilità e giungere alla condizione di autosufficienza, alla base di una sana interdipendenza con l’esterno. A volte si rende necessario ritirarsi dalla promiscuità per recuperare la lucidità necessaria a una visione oculata di sé, del mondo e dell’altro.

««Una volta messi noi in sicurezza, allora siamo in grado di mettere gli altri in sicurezza.»»
Foto di Pexels da Pixabay

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