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Intervista allo specchio

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Signore vestito di bianco… sentite dalla vostra alcova d’avorio?

Sto volando, quassù. Se alzate lo sguardo al cielo, non potete non vedermi, rilucere di sfolgorante avvenenza.

Uff, però, come potete essere sordo al battito d’ali di una farfalla, insensibile alla sua bellezza leggiadra?

Se in tutta risposta, credete di potermi congedare, conficcando la vostra corona sott’acqua, ebbene signore, sappiate che io non mi lascio trattare in malo modo. La mia bellezza non è calpestabile.

La vita è breve e voglio viverla intensamente, assecondando ogni mio capriccio; adesso, per esempio, voglio che mi degnate del vostro sguardo!

Scivolate lungo questo corso d’acqua in maestoso silenzio impettito; mai che vi scomponiate… neppure per becchettare con un altro vostro simile, come se tutto intorno a voi fosse inesistente, insignificante, o troppo riprovevole. Invece ve ne state distante, assorto a preservare la vostra immacolata concezione dalle impurità degli altri. Come potete pensare di aver vissuto senza confondervi con le cose di questo mondo, senza mai scendere dal vostro trono? Non pensate…

 

È perché penso che non dò fiato alla voce solo per riempire l’aria… preferendo raccogliermi nel mio candore. Io non sono una farfalla inebriata dalla vita, sono un cigno consapevole della mia bellezza autarchica, magica e superlativa. Ogni mio pensiero, ogni mio intento e ogni mia azione sono volti a custodire la mia purezza, affinché possa conservarsi intatta, senza essere corrotta dalle ombrosità di questo mondo. Se questo vuol dire prendere le distanze dagli spiriti impiccioni, chiacchieroni, esuberanti, lo faccio; niente è più importante della mia incolumità.

 

Io proprio non vi comprendo. Non vi annoiate a stare sempre con voi stesso?

 

Dipende come si sta con sé stessi… Io mi comprendo. Io sono in comunione intima, assoluta, con la mia essenza divina, cosicché sono al contempo in comunione con l’Intero. L’Universo vibra dentro di me, creandosi una concordanza perfetta.

 

Eppure non avete simpatizzato con il mio battito d’ali…

 

Perché vi siete avvicinata con animo pettegolo… il vostro battito d’ali più che a una melodia degli angeli somiglia a un ronzio.

 

È vero, mi sono rivolta a voi con animo dispettoso, ma solo perché mi hanno detto che esiste una creatura ancora più bella di me, che sareste voi. Sono corsa subito qui, per vedere se fosse vero, e ciò che ho visto è una bellezza, sì stratosferica, ma altera e inafferrabile…

 

Questo è ciò che avete visto o avete voluto vedere dall’alto del vostro scompiglio d’ali, accecata dal senso vanesio della competizione. Permettetemi di dirvi che ogni forma di paragone competitivo è stupido; soprattutto insensato è confrontare le nostre bellezze. Entrambe speciali, affascinanti e sublimi, tuttavia distinte, poiché animate da un diverso fuoco. Il vostro è il fuoco del mattino, dell’innocenza, della curiosità, della passione, della fecondità, dell’attimo fuggente da cogliere, del brivido dell’altezza e del volo libero ed espanso; il mio è il fuoco della Compassione.

Vostra è la bellezza prorompente dello spirito, che sboccia alla vita, baciato dal calore del sole, e s’innalza in volo, volteggiando tra un prato fiorito e l’azzurro del cielo.

Mia è la bellezza piena di grazia dello spirito, che ha compiuto l’opera di sé stesso e che comprende tutt’uno sé stesso; cosicché mi lascio cullare dalla corrente, mentre contemplo la pace dell’imbrunire al tramonto, quando il cielo si tinge di rosa e arancio.

 

s.si

 

Foto copertina di Christine Sponchia da Pixabay 

«Puoi tornare

Se comprendi che saresti potuto restare.»

«Sei libero di andare

Se senti che niente più ti trattiene a restare.»

 

Le due anafore sono apparentemente innocue, forse anche banali. Agiscono parallele e divergenti, anacronisticamente inverse, suggerendo riflessioni distinte ma interagenti.

 

Nella prima, il destinatario ha ampliato gli orizzonti della Consapevolezza, ovvero le prospettive di vista, rivedendo ciò che è stato da angolazioni maggiormente sferiche, differenti dalle precedenti.

Il soggetto si rende conto che al momento andarsene non era di fatto l’unica soluzione: sembrava esserlo come elaborato del suo Io antecedente. Se paradossalmente fosse stato colui che è, non se ne sarebbe andato, sarebbe rimasto laddove tutto continua ad appartenergli, tra cui il suo stesso respiro vitale. Sarebbe rimasto affrontando i propri fantasmi… prendendosi le proprie responsabilità e riconoscendosi degno, pur rispettando l’integrità dell’altro.

Allora puoi tornare, dal momento che andartene, per i mezzi di cui disponevi, era l’unica via percorribile per comprendere l’importanza della tua casa e l’importanza di te stesso in relazione alla tua casa:

«andartene è servito per comprendere che il tuo posto in realtà era dove già ti trovavi».

 

Riguardo la seconda, libero nel senso che la persona è in uno stato incondizionato, totalmente svincolato dalla realtà corrente, percepita con disinteresse nel bene e nel male.

Ciò che circonda lascia del tutto indifferente, senza suscitare alcun sentimento o emozione. Neppure è stimolo di cambiamento o quant’altro.

La persona è risolta. Non ha più argomenti per restare e va bene così.

Altrimenti, andandosene, la persona lascia qualcosa, qualcuno, in sospeso: prima o poi dovrà, se non fare ritorno… almeno ripassare di lì.

Ripassare di lì può anche voler dire ritrovarsi sì altrove ma in una condizione ripetitiva: il fenomeno per cui «sembra» di rivivere sempre le stesse dinamiche, gli stessi copioni… Quando accade, nelle precedenti esperienze analoghe, non ci siamo spinti fino in fondo per apporre la parola

Fine o per Sempre.

s.si

 

Foto copertina di Abel Escobar da Pixabay 

Ci si separa da tante cose, volti e persone.

La vita è di per sé ogni volta allontanarsi verso nuove impressioni.

 

Se la vita fosse un lungo banco di scuola, un’enciclopedia animata d’apprendere sulla propria pelle, ognuno avrebbe il suo specifico programma educativo, personale e soggettivo, fatto di variopinte esperienze.

E se ogni nostro esame avesse di base sempre lo stesso intento cognitivo, sarebbe quello di comprendere e armonizzare un trauma originario nei suoi molteplici aspetti.

Se, poi, i traumi di tutti, con i relativi disagi psichici, avessero sostanzialmente un comune denominatore, la stessa innata causale incidente, sarebbe il contraccolpo della separazione.

Ogni trauma è in principio separazione, che in base ai vari contesti assume una connotazione diversa; abbandono, rimprovero, ferita, violenza, isolamento, chiusura, blocco, ostilità, aggressività, allontanamento, accantonamento, intolleranza, rifiuto, conflitto, pregiudizio, sfiducia, rinuncia, mancanza, perdita, malattia, etc.

Ogni circostanza di squilibrio, instabilità, disarmonia, discordia, ha fondamentalmente una causa di separazione.

Persino possiamo separarci da noi stessi, dalla nostra essenza più profonda, autentica e divina, qualora viviamo un rapporto conflittuale con noi stessi di rigido perfezionismo, di non compassione, né accettazione.

Ogni stato intimo di separazione insatura, trascurato e perseverante, conduce naturalmente al malessere psicofisico.

Il dinamismo mutevole intrinseco al divenire esistenziale presuppone stadi continui e progressivi di separazione, nel senso che evolvere verso orizzonti nuovi comporta allontanarsi dallo scenario contingente.

Separarsi dall’ambiente dove siamo nati e cresciuti per costruirsi una nuova famiglia, dal nostro bambino interiore per compiere l’età adulta, dalla scuola per addentrarci nel mondo del lavoro. Salutare un amico o un compagno per intraprendere strade diverse, perdere un oggetto caro, smettere un abito stretto. Trasferirsi da una casa a un’altra. Cambiare una realtà deludente e sterile; lasciare ideali, principi e valori decaduti, credenze e convinzioni sgretolate. Etc.

Ai nostri esordi, abbiamo esperimentato la separazione madre di tutte le separazioni, quella dalla sorgente originaria, dopo di che è stato un crescendo di esperienze di separazione: a ogni tappa del nostro cammino, per proseguire oltre, ci siamo ritrovati a ponderare dei punti di riferimento. Il nostro spirito nel fare ogni volta le valige, col sorriso o con la disperazione, dipende se stiamo cavalcando l’onda del nostro mare esistenziale, oppure se siamo travolti dalla corrente.

L’attitudine diffusa all’attaccamento verso cose e persone, persino alla routine quotidiana, tiene ancorati sempre al solito porto, quand’anche causa stallo e malessere. Sostanzialmente, questa tendenza è generata dalla paura di rivivere la sofferenza di una separazione traumatica, che ristagna nei meandri del nostro animo.

La Vita è continuum divenire, progressivo mutamento;

e senza separazione, in senso lato, non ci può essere il cambiamento.

La separazione di per sé è un’agente” né buono né cattivo; la sua caratterizzazione dipende dalla nostra percezione e consapevolezza. Dipende se subiamo la separazione passivamente come ingiuria e scelta obbligata, forzata, condizionata; oppure se la viviamo coscientemente, accettandola responsabilmente come parte del nostro cammino evolutivo, davvero liberi d’intendere e volere, in assetto incolume e integro.

Se la separazione è passaggio intrinseco al divenire universale, la forza della separazione ci edifica nell’atto consapevole e responsabile di lasciar andare e di andare oltre, portando dentro le cartoline dei luoghi vissuti e degli sguardi incontrati, con in tasca il diario dei sentimenti e delle emozioni saggiate.

 

s.si

 

Foto copertina di Giani Pralea da Pixabay 

««Come posso io riconoscermi nella mia immagine riflessa?»»

«È fondamentale che io riconosca me stessa. Sembra che l’unica via sia allontanarmi dalla zona comfort, dove sono cresciuta. Solo prendendo le dovute distanze, posso guardarmi da una intro-prospettiva nuova, libera e più ampia. Non è rinnegare le mie radici, è spostarsi in una condizione esistenziale di zona franca e spogliarmi dei vestiti che mi hanno messo alla nascita, tornando nuda di fronte all’universo delle cose. Libera di essere e creare, comprendere, discernere e valutare, in assonanza e risonanza con il mio vero sé. Un nuovo, che comprende ciò che è stato ed è libero di muoversi nel presente…» (“Isola”, inedito.)

Quando mi separo da una condizione, emozione, destabilizzante, posso osservarla e comprenderla. Divento responsabile delle mie vulnerabilità, crescendo in auto – consapevolezza. Si chiama virtù del distacco. È una qualità di approccio a sé stessi e alla vita, che contempla la dote della ponderatezza e coltiva quella dell’essenziale. Diversamente dalla corazza dell’insensibilità, questa attitudine tutela e fortifica i sentimenti.

Distanziarsi è l’arte di non lasciarsi travolgere passivamente dalle proprie debolezze, per cui vivo i moti dell’animo consapevolmente, rispondendo di me stesso. Mi esprimo quando, come, dove e perché lo sento, mi rispecchia, ci credo, mi riempie e mi fa star bene, indipendentemente dal risultato, senza aspettarmi qualcosa in cambio, senza confidare in un effetto piuttosto che un altro.
Questo atteggiamento mi salvaguarda dall’ansia sterile, dalle delusioni e dalle frustrazioni. Mi permette di cogliere l’attimo presente, di esprimermi autenticamente, di godere della bellezza dei sentimenti e di ottimizzare le esperienze. Il fine si sposta dal risultato sull’azione, sull’espressione in sé.

Distanziarsi, nel senso invece di uscire di scena, è abilità preziosa quando l’emozione ci sorprende, ci colpisce e ci s-coinvolge dall’esterno. Scendendo in platea come spettatore automaticamente prendo le distanze dallo stato di turbamento. Allora mi pongo nella condizione di recuperare una stabilità psichica; ciò che mi si proietta davanti fa da specchio al mio interno e posso elaborare il disagio in modo costruttivo.
Mi salvaguardo dal cedere la mia energia, forza vitale, all’altro, convogliandola invece nella mia crescita in consapevolezza, che poi è la cosa più importante per cui probabilmente sono qui… Mi salvaguardo pure dal vanificare le mie risorse nel cercare abusivamente di controllare e cambiare l’altro a mio piacimento. Canalizzo l’attenzione sulla sola cosa che posso potenziare, me stesso.
Distaccarsi dalle provocazioni è complesso nella misura in cui l’altro riveste un ruolo speciale. Potremmo essere coinvolti al punto che fare un passo indietro è persino impensabile. Dovremmo essere “bravi” da capire se siamo “telecomandati” da propositi incondizionati oppure dalla frustrazione e fermarci… Comunque, già “applicare” la virtù del distacco per tutto il resto, ci preserverebbe da molti disinganni.

La virtù del distacco favorisce l’indipendenza, autosufficienza, l’espressione autentica e di conseguenza la responsabilità personale. Ha effetti pro-positivi anche sulla qualità dei rapporti interpersonali.
Quando sposto l’attenzione su di me e mi osservo nello stato di scompiglio, posso soppesare il disagio interiore alla base della mia reazione insana. Nell’atto di osservare, prendo le distanze dalla situazione: predisposizione ideale per recuperare uno stato armonico, per comprendermi ed espandermi in auto-consapevolezza. Al contempo tutelo l’altro, poiché non sfuggo il disagio scaricandolo all’esterno. Evito di impegnare le mie energie in modo improprio, tentando di plagiare l’altro. Evito pure di circondarmi di elettricità esplosiva incandescente, che solo avvelena gli animi, senza apportare alcun beneficio.

Vivere con distacco un’emozione destabilizzante, una condizione di disagio, significa restare presenti a sé stessi. Se la vivo consciamente, senza opporre resistenza, imparo a conviverci e di conseguenza ad accoglierla. Accoglierla equivale ad accettarla, ovvero a riconoscerla come parte integrante di me. Riconoscendomi in essa, mi do la chance in più di evolvere la debolezza in potenziale risorsa: mi do la possibilità di comprendere e sanare il bisogno o paura, che sta all’origine.
Si impronta un processo di autoguarigione, una sorta di auto-seduta psichica, in cui io sono il terapeuta di me stesso alla luce della mia attuale saggezza: valuto se nel mio percorso esperienziale sono emersi ulteriori fattori per cui posso reinterpretare la deficienza da una prospettiva più espansa, con una chiave di lettura diversa da quella originaria e armonizzante.

Distacco per evolversi dallo stato di dipendenza, dalla mania morbosa del controllo verso sé stessi e l’altro, per amare in modo incondizionato, imparando a lasciarsi andare e lasciar andare l’altro.

La virtù del distacco non è una panacea, le panacee non esistono, almeno in questo mondo; ma è una modalità di atteggiamento performante il tutto, o quasi!

La capacità di distaccarsi promuove un’altra virtù cardinale, quella della lungimiranza, verso il consolidamento dell’integrità personale, ed è un caposaldo della legge dell’abbondanza.
Praticando la virtù del distacco emerge la virtù dell’essenziale: impariamo a mettere a fuoco noi stessi, la nostra esistenza e l’altro; di riflesso tendiamo a vivere solo chi e cosa veramente e sostanzialmente per noi fa la differenza!
s.si


Foto copertina di ARLOUK da Pixabay

cosa c’è al dis-ordine del giorno?

«Rispetta sempre e se puoi ama tutti per amore di Dio, ma guardati dal riporre perdutamente in loro la tua fiducia; altrimenti finirai per avere un amaro disinganno…

Credere in qualcuno (o anche in qualcosa) ciecamente è trasferirgli indirettamente il potere di condizionare la tua vita, di ferirti e deluderti; ovvero è cedergli la tua forza vitale.

Venerare e idolatrare qualcuno o qualcosa è maggiormente deleterio, poiché vuol dire anche porlo al di sopra di te, distogliendoti dal tuo vero Sé unico e autentico!» (www.scarabeolibro.it)

reflex…

Delegare la nostra unicità è una menomazione masochista. Perdiamo la preziosa occasione di realizzare pienamente l’opera eccelsa di noi stessi, falsando l’impronta del nostro passaggio da queste parti, che non vuol dire necessariamente salvare il mondo. Anche il semplice immenso gesto puro di una carezza sprigiona l’amore e la bellezza, che ogni volta innalzano la frequenza vibrazionale del pianeta Terra.

hmmmm……

Nella civiltà contemporanea cosmopolita, ogni distanza è azzerata da potenti strumenti di trasporto e comunicazione. I benefici inestimabili e le controindicazioni sono argomentati eloquentemente su larga scala. Sottovalutiamo gli effetti collaterali, subliminali, delle forme pensiero elementali, che assuefacciamo da protesi mediatiche, di cui siamo ormai portatori cronici. Siamo vulnerabili nella misura in cui ci illudiamo di poterle spegnere quando vogliamo.

Le scatole informatiche sono piccole streghe stupefacenti e incantevoli; inizialmente, probabile, per il loro carisma rivoluzionario sco-involgente, dimostrandosi mezzi tendenziosi straordinari.

Il loro potere suggestivo non siede sulle poltrone della stanza dei bottoni, piuttosto dipende dall’autorità dispensatrice di verità che conferiamo alla rete.

Le forme pensiero sono onde vibrazionali informative, energia potenzialmente creativa; strutturano il nostro corpo eterico, condizionando il nostro cerchio vitale. Se indotte, possono distorcere la percezione di noi stessi e dell’altro, compromettendo la nostra individualità e autenticità.

Un espediente, con tutte le attenuanti del caso, è nell’approccio con cui ci relazioniamo alla rete. Un approccio attivo e critico è salutare, sebbene insufficiente se pecchiamo di stabile autostima, integrità e dignità, ma questa è un’altra intervista…

click .…

La rete può essere una preziosa insostituibile fonte di ispirazione, una musa con cui interagire per approfondire la nostra essenza intima, al fine di esprimere e compiere il meglio autentico di noi. Un interscambio costruttivo, da cui trarre la matrice per scolpire la nostra vita con le nostre mani. Acquisto un fermaglio perché mi rispecchia veramente ed è pura gioia creativa interpretarlo secondo il mio stile e umore, non quello freddo di un mausoleo…

Una volta imparato a camminare con le proprie gambe, non abbiamo bisogno di un magnate che ci comandi come farlo. Lo stile del nostro portamento ci appartiene in modo esclusivo e lo affiniamo crescendo in auto – consapevolezza. La rete in tal senso è un importante archivio tascabile da consultare e ponderare, ma non acquistare a scatola chiusa. Questo vale per ogni ambito della nostra esistenza.

Zzzzz…

La rete prodiga medicamenti miracolosi che inducono magistralmente in tentazione. Ci esonerano dalla responsabilità di prenderci carico e cura di noi stessi, affidando ad altri o altro la risoluzione della nostra esistenza. La rete svende pacchetti standard di vita, imballandoli come il meglio a cui poter ambire. Ci confondiamo che rappresentino l’autorealizzazione massima. In realtà questa è soggettiva; non si trova sugli scaffali del supermercato. Siamo noi che la dobbiamo edificare con le nostre forze e risorse, esperienze e delusioni, i nostri successi e insuccessi, giorno per giorno, imparandoci a conoscere, onorando il dono della vita, il suo presente, accogliendoci nell’intento di migliorare in divenire e coltivando la lungimiranza con umiltà.

dip dip…

Accusare il sistema di strumentalizzare le nostre vite è tuttavia riduttivo, improprio e incompleto. La responsabilità di un’esistenza autentica o appiattita è sostanzialmente nostra.
Prima dell’avvento della rete le persone si lasciavano lo stesso trascinare e influenzare, con la sola piccola differenza che gli squali disponevano di armi coercitive a minor raggio d’azione, per cui dovevano accontentarsi di una platea locale anziché mondiale. Sua maestà sul piedistallo è sempre esistita, poiché esistono persone che ce la mettono.
Il sistema che spesso critichiamo, quando non salvaguarda il nostro orticello, è tale nella misura in cui siamo noi a permetterlo. Ci consideriamo delle vittime e al contempo aspiriamo a partecipare al banchetto dei nostri presunti carnefici, alimentando il sistema stesso… Al sistema va benissimo. Pur anche contestandolo, lo nutriamo passivamente. La
nostra insofferenza è sterile,
mancando di una vera e propria presa di auto-consapevolezza
e conseguente responsabilità personale e collettiva.

Quando rispondiamo della nostra individualità a pensare, intendere e agire, ci risvegliamo e usciamo dall’indotto forzato, per scorgere orizzonti più ampi, persino alternativi, nuove primavere… Potremmo davvero risanare le nostre vite e di riflesso opereremmo per il benessere comune.

ahem!

Abbiamo fondamentalmente lasciato che il miraggio dei beni materiali ci corrompesse, nell’illusione che l’ostentazione potesse colmare i nostri vuoti, disagi e insoddisfazioni interiori. Proiettandoci all’esterno, evitiamo di comprendere, integrare e sanare le frustrazioni. È meno faticoso imbellettarle di apparenza luccicante e vomitarle all’esterno sotto forma di esercizio del potere.

Scuotere le pavimenta di questa tendenza suicida è fruire della libertà di scelta in quanto sacra, inviolabile e intoccabile (naturalmente se e solo se nel rispetto reciproco assoluto!).

La libertà di scelta autentica è essere protagonista artefice assoluto di sé stesso e del proprio destino; è riconoscere e assumere fino in fondo le proprie responsabilità; è consapevolezza pura di sé e quindi dell’altro.

La persona autoconsapevole lo è anche delle proprie vulnerabilità, dipendenze. Libertà di scelta e auto-sufficienza sono due grandezze direttamente proporzionali.

Demonizzare la società corrente, indossando i panni della candida vittima, è vano; la differenza è nell’onorare ognuno la propria responsabilità di scelta, cosicché il benessere personale costruisca il benessere collettivo e viceversa il benessere comune coltivi il benessere del singolo.

gasp!

«Non mi meraviglierei… se gli alveari fossero celle frigo, in cui conservare carcasse umane da servire, come cibo in scatola, sulla tavola dei Signori Oscuri. Prima che all’esterno, il cambiamento bisogna cercarlo e attuarlo all’interno di noi, rompendo gli schemi rigidi e i programmi fuorvianti e limitanti, che bloccano il nostro progredire come esseri umani nel mondo. Se non partiamo da noi stessi non possiamo pretendere che il mondo risponda al nostro desiderio di un’esistenza migliore.» (www.romanzoelementale.it)

vrrr…

 

(Foto di Arek Socha da Pixabay)