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Simona Silvestri

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«Caro, Amore mio,

gioco a fare quella forte e invece non lo sono stata con me, la cosa più importante. io che continuavo a cercare in loro te e io che non capivo che sei dentro di me.

so che ci sei e proprio perché lo so che tutto pesa come un macigno quello che mi separa da te.

 

come il vento mi trasporto da te e penso

come il mare ci ha diviso un giorno ci unirà.

come quella lacrima salata piango l’attimo che ti ho perduto

e quello scoglio attendo l’onda che mi riporterà da te.

Tua per sempre.»                                                                 (“Isola”, inedito.)

 

Ogni Essere del Creato è unico, integro e assoluto. Emana una specifica e univoca onda animica, che combacia sinfonica esclusivamente con una sola altra, affatto complementare, bensì speculare: ogni Essere è complemento di sé stesso, un intero auto-sufficiente, originale e sferico, che ha in tutto l’Universo un solo corrispettivo speculare. Dalla com-unione sublime delle due frequenze vibrazionali scaturisce un vero e proprio big bang: la consonanza energetica perfetta esalta e amplifica all’ennesima potenza l’espansione vitale dei due Esseri, che danzano all’unisono, confluendo in uno stato d’idilliaca apoteosi. Insieme, sono un Uno immenso, che contiene entrambi intatti e che s’innalza ed espande vertiginosamente a ricongiungersi con il divino: un immenso sacro, glorioso, intoccabile, invulnerabile e indivisibile, che è un abbraccio eterno benedetto da Dio.

Per ognuno, esistono le anime gemelle, le anime care, le anime amiche e maestre, le anime simpatiche e familiari, le anime affini compatibili, le anime opposte e quelle dissonanti; e poi esiste una sola propria anima concorde, l’Anima “Amore mio”.

 

«… Meraviglioso amore mio
Meraviglioso come
Un quadro che ha dipinto Dio
Con dentro il nostro nome…»

(Arisa, Meraviglioso amore mio.)

 

L’unione magistrale custodisce e potenzia l’unicità sacra delle sue due gemme e infonde loro immane forza; ma è anche ragione suscettibile di debolezza…

 

«Come puoi darmi così tanta immunità e anche essere la mia sola mortale vulnerabilità?»                                                                    (“Isola”, inedito.)

 

Due anime Amore mio sono potenzialmente destinate a incontrarsi nell’universo delle infinite possibili variabili di gioco. Fino a quell’istante di non ritorno, il singolo può vivere tranquillamente, quasi ignaro del ben di dio che lo aspetta dietro un angolo…

Dal connubio in poi, niente è come prima. Le due anime sono s-travolte e s-coinvolte per l’eternità, in modo indelebile. Una rottura è impensabile. Può palesarsi la remota contingenza di un allontanamento, che, pur sempre momentaneo, genera indescrivibile, impronunciabile e incurabile dolore. Pur sempre momentaneo, poiché due anime Amore mio si aspettano per l’eternità, oltre la legge del tempo e le dimenticanze insormontabili: la loro voce echeggia all’unisono e l’uno porta dentro di sé l’altro, ovunque la vita li conduca distanti. Nella lontananza, le due anime abbracciano un vuoto abissale, convivendo con una profonda intima desolazione. È un malessere difficile da riconoscere, poiché giace in meandri profondi e segreti, che sfuggono naturalmente alla limitatezza propria della materica dimensione fisica.

L’amore che spesso viviamo da queste parti è una sfumatura, una variante tonale dell’Amore assoluto. In questa nostra vita di passaggio, pochi sono baciati dal proprio Amore mio.
I nostri incontri, scontri e confronti sono generalmente amori “di transito”, compartecipi al disegno divino…
Bisognerebbe vivere ogni amore nel presente, nel rispetto di sé e dell’altro, e soprattutto imparare a lasciarsi andare e a lasciare andare. Neppure l’Amore mio ci appartiene, nel senso di proprietà privata, figuriamoci qualsiasi altro.
L’amore è eterno finché dura e se dura per l’eterno è Amore mio; tutti gli altri sono per lo più variabili esistenziali passeggere, che una volta esaurito il loro compito evolvono in altrove.
Solidi e duraturi sono naturalmente anche i sentimenti per le anime care, le anime amiche e quelle familiari, nei legami davvero speciali e inviolabili; sebbene la natura eccelsa che governa queste preziose intese non sia totalizzante parimenti a quella suprema dell’Amore mio.

 

Non è mai all’ordine del giorno, tuttavia accade che due anime Amore mio s’incontrino dalle nostre parti e si riconoscano. Spesso l’una non sopravvive all’altra. La perfezione del loro idillio folgorante, inequivocabile e superbo, è mirabilmente inusuale e sbuca dallo standard collettivo, scavalcando il comune mortale feeling estetico e classista.

 

«Anche se in questa vita non siamo baciati dall’Amore mio, poiché intenti a svolgere compiti esistenziali per la nostra crescita ed evoluzione, da qualche parte nell’Universo ci sta aspettando.»

 

Foto copertina di Jills da Pixabay

Ci si separa da tante cose, volti e persone.

La vita è di per sé ogni volta allontanarsi verso nuove impressioni.

 

Se la vita fosse un lungo banco di scuola, un’enciclopedia animata d’apprendere sulla propria pelle, ognuno avrebbe il suo specifico programma educativo, personale e soggettivo, fatto di variopinte esperienze.

E se ogni nostro esame avesse di base sempre lo stesso intento cognitivo, sarebbe quello di comprendere e armonizzare un trauma originario nei suoi molteplici aspetti.

Se, poi, i traumi di tutti, con i relativi disagi psichici, avessero sostanzialmente un comune denominatore, la stessa innata causale incidente, sarebbe il contraccolpo della separazione.

Ogni trauma è in principio separazione, che in base ai vari contesti assume una connotazione diversa; abbandono, rimprovero, ferita, violenza, isolamento, chiusura, blocco, ostilità, aggressività, allontanamento, accantonamento, intolleranza, rifiuto, conflitto, pregiudizio, sfiducia, rinuncia, mancanza, perdita, malattia, etc.

Ogni circostanza di squilibrio, instabilità, disarmonia, discordia, ha fondamentalmente una causa di separazione.

Persino possiamo separarci da noi stessi, dalla nostra essenza più profonda, autentica e divina, qualora viviamo un rapporto conflittuale con noi stessi di rigido perfezionismo, di non compassione, né accettazione.

Ogni stato intimo di separazione insatura, trascurato e perseverante, conduce naturalmente al malessere psicofisico.

Il dinamismo mutevole intrinseco al divenire esistenziale presuppone stadi continui e progressivi di separazione, nel senso che evolvere verso orizzonti nuovi comporta allontanarsi dallo scenario contingente.

Separarsi dall’ambiente dove siamo nati e cresciuti per costruirsi una nuova famiglia, dal nostro bambino interiore per compiere l’età adulta, dalla scuola per addentrarci nel mondo del lavoro. Salutare un amico o un compagno per intraprendere strade diverse, perdere un oggetto caro, smettere un abito stretto. Trasferirsi da una casa a un’altra. Cambiare una realtà deludente e sterile; lasciare ideali, principi e valori decaduti, credenze e convinzioni sgretolate. Etc.

Ai nostri esordi, abbiamo esperimentato la separazione madre di tutte le separazioni, quella dalla sorgente originaria, dopo di che è stato un crescendo di esperienze di separazione: a ogni tappa del nostro cammino, per proseguire oltre, ci siamo ritrovati a ponderare dei punti di riferimento. Il nostro spirito nel fare ogni volta le valige, col sorriso o con la disperazione, dipende se stiamo cavalcando l’onda del nostro mare esistenziale, oppure se siamo travolti dalla corrente.

L’attitudine diffusa all’attaccamento verso cose e persone, persino alla routine quotidiana, tiene ancorati sempre al solito porto, quand’anche causa stallo e malessere. Sostanzialmente, questa tendenza è generata dalla paura di rivivere la sofferenza di una separazione traumatica, che ristagna nei meandri del nostro animo.

La Vita è continuum divenire, progressivo mutamento;

e senza separazione, in senso lato, non ci può essere il cambiamento.

La separazione di per sé è un’agente” né buono né cattivo; la sua caratterizzazione dipende dalla nostra percezione e consapevolezza. Dipende se subiamo la separazione passivamente come ingiuria e scelta obbligata, forzata, condizionata; oppure se la viviamo coscientemente, accettandola responsabilmente come parte del nostro cammino evolutivo, davvero liberi d’intendere e volere, in assetto incolume e integro.

Se la separazione è passaggio intrinseco al divenire universale, la forza della separazione ci edifica nell’atto consapevole e responsabile di lasciar andare e di andare oltre, portando dentro le cartoline dei luoghi vissuti e degli sguardi incontrati, con in tasca il diario dei sentimenti e delle emozioni saggiate.

 

s.si

 

Foto copertina di Giani Pralea da Pixabay 

Cammino a piedi nudi da sempre, sul sentiero vuoto di soli, nuvole, stelle e lune. Cammino con la testa in aria e le mani in tasca, senza avere la pallida idea dove la strada conduca. Non mi pongo il problema, che fatica troppo pensare; dovrei rispondermi sul senso della vita, mia… e non so da quanto esisto, se esisto, chi sono e se ho un nome, figuriamoci dove sto andando.
Inganno il tempo girovagando senza meta, assonnato e distratto. Cose mi passano accanto, mi sfiorano. Persino le urto, a mala pena le vedo, a volte c’inciampo. Riprendo il cammino farneticando, mi disturba averle tra i piedi.
Dormo da sempre e vivo un sogno, immerso nella foschia. Spiragli di luce bucano gli occhi e mi volto dall’altra parte infastidito.
Non ho amici, nemmeno immaginari. Non ho niente, né un tetto, né un giaciglio, né abiti. Non so se sono alto, basso, grasso o magro; se ho i capelli o sono rapato. Non so il colore della mia pelle o quello dei miei occhi. Non ho freddo ma neppure caldo. Non so se esisto o sono un’illusione.
Questo sono e non sono io, un perfetto Signor Nulla. Insensibile, trasparente, indefinibile.
Io sono pura antimateria nera.
Io che sono il Nulla, nulla ho, neppure una madre… Io sono grembo, il principio o meglio ciò che sta prima, il punto zero, prima del primo bang bang. Io c’ero; esplosione epocale quella! Di quelle che non si sono più viste! Di quelle che capitano una volta sola nella vita, quando ti risvegli dal sonno profondo in cui hai vegetato da una esistenza intera. Ma iniziamo daccapo. Sono sospeso nel vacuo vuoto che culla inganna stordisce e ammalia…

Soggiaccio su di un letto a luci intermittenti sotto un tetto di velluto nero
sopra un baratro di apparente vuoto vacuo. Mi lascio cullare da correnti trasparenti tiepide e serpeggianti,
sbattendo la coda. Non ho un inizio, né una fine. Sono pura emozione, assoluta, libera e incondizionata. Sono sorriso e lacrima spezzata. Sono fuoco e acqua; vento e polvere.
Io sono, punto. Io sono colmo pieno luminoso di luce abbagliante oro-rosa. Io sono pensiero e azione consapevole fine a sé stessi, senza reazione…
Io sono pura solitudine che sogna e crea, riempie ed espande, scoperchia e soverchia, ordina e scompiglia. Io sono seme e genesi. Io sono madre senza figli. Io sono terra che germoglia…
Mi espando a colmare le distanze sconfinate che mi avvolgono come spire.
Questo sono io prima del bang bang, incontro strabiliante, eclatante, stordente, incredibile quello!
Io c’ero… ma iniziamo daccapo, dal principio di tutto ciò che è.
Riempiendo distanze dopo distanze, cammino come un’isola in un mare sordo e calmo, troppo quieto per lasciarsi trasportare dalla corrente; troppo inquieto perché riesca a mantenere la rotta…

E m’infrango scintillante in un apparente vuoto pieno di antimateria esplosiva…


Foto copertina di Pexels da Pixabay

««Come posso io riconoscermi nella mia immagine riflessa?»»

«È fondamentale che io riconosca me stessa. Sembra che l’unica via sia allontanarmi dalla zona comfort, dove sono cresciuta. Solo prendendo le dovute distanze, posso guardarmi da una intro-prospettiva nuova, libera e più ampia. Non è rinnegare le mie radici, è spostarsi in una condizione esistenziale di zona franca e spogliarmi dei vestiti che mi hanno messo alla nascita, tornando nuda di fronte all’universo delle cose. Libera di essere e creare, comprendere, discernere e valutare, in assonanza e risonanza con il mio vero sé. Un nuovo, che comprende ciò che è stato ed è libero di muoversi nel presente…» (“Isola”, inedito.)

Quando mi separo da una condizione, emozione, destabilizzante, posso osservarla e comprenderla. Divento responsabile delle mie vulnerabilità, crescendo in auto – consapevolezza. Si chiama virtù del distacco. È una qualità di approccio a sé stessi e alla vita, che contempla la dote della ponderatezza e coltiva quella dell’essenziale. Diversamente dalla corazza dell’insensibilità, questa attitudine tutela e fortifica i sentimenti.

Distanziarsi è l’arte di non lasciarsi travolgere passivamente dalle proprie debolezze, per cui vivo i moti dell’animo consapevolmente, rispondendo di me stesso. Mi esprimo quando, come, dove e perché lo sento, mi rispecchia, ci credo, mi riempie e mi fa star bene, indipendentemente dal risultato, senza aspettarmi qualcosa in cambio, senza confidare in un effetto piuttosto che un altro.
Questo atteggiamento mi salvaguarda dall’ansia sterile, dalle delusioni e dalle frustrazioni. Mi permette di cogliere l’attimo presente, di esprimermi autenticamente, di godere della bellezza dei sentimenti e di ottimizzare le esperienze. Il fine si sposta dal risultato sull’azione, sull’espressione in sé.

Distanziarsi, nel senso invece di uscire di scena, è abilità preziosa quando l’emozione ci sorprende, ci colpisce e ci s-coinvolge dall’esterno. Scendendo in platea come spettatore automaticamente prendo le distanze dallo stato di turbamento. Allora mi pongo nella condizione di recuperare una stabilità psichica; ciò che mi si proietta davanti fa da specchio al mio interno e posso elaborare il disagio in modo costruttivo.
Mi salvaguardo dal cedere la mia energia, forza vitale, all’altro, convogliandola invece nella mia crescita in consapevolezza, che poi è la cosa più importante per cui probabilmente sono qui… Mi salvaguardo pure dal vanificare le mie risorse nel cercare abusivamente di controllare e cambiare l’altro a mio piacimento. Canalizzo l’attenzione sulla sola cosa che posso potenziare, me stesso.
Distaccarsi dalle provocazioni è complesso nella misura in cui l’altro riveste un ruolo speciale. Potremmo essere coinvolti al punto che fare un passo indietro è persino impensabile. Dovremmo essere “bravi” da capire se siamo “telecomandati” da propositi incondizionati oppure dalla frustrazione e fermarci… Comunque, già “applicare” la virtù del distacco per tutto il resto, ci preserverebbe da molti disinganni.

La virtù del distacco favorisce l’indipendenza, autosufficienza, l’espressione autentica e di conseguenza la responsabilità personale. Ha effetti pro-positivi anche sulla qualità dei rapporti interpersonali.
Quando sposto l’attenzione su di me e mi osservo nello stato di scompiglio, posso soppesare il disagio interiore alla base della mia reazione insana. Nell’atto di osservare, prendo le distanze dalla situazione: predisposizione ideale per recuperare uno stato armonico, per comprendermi ed espandermi in auto-consapevolezza. Al contempo tutelo l’altro, poiché non sfuggo il disagio scaricandolo all’esterno. Evito di impegnare le mie energie in modo improprio, tentando di plagiare l’altro. Evito pure di circondarmi di elettricità esplosiva incandescente, che solo avvelena gli animi, senza apportare alcun beneficio.

Vivere con distacco un’emozione destabilizzante, una condizione di disagio, significa restare presenti a sé stessi. Se la vivo consciamente, senza opporre resistenza, imparo a conviverci e di conseguenza ad accoglierla. Accoglierla equivale ad accettarla, ovvero a riconoscerla come parte integrante di me. Riconoscendomi in essa, mi do la chance in più di evolvere la debolezza in potenziale risorsa: mi do la possibilità di comprendere e sanare il bisogno o paura, che sta all’origine.
Si impronta un processo di autoguarigione, una sorta di auto-seduta psichica, in cui io sono il terapeuta di me stesso alla luce della mia attuale saggezza: valuto se nel mio percorso esperienziale sono emersi ulteriori fattori per cui posso reinterpretare la deficienza da una prospettiva più espansa, con una chiave di lettura diversa da quella originaria e armonizzante.

Distacco per evolversi dallo stato di dipendenza, dalla mania morbosa del controllo verso sé stessi e l’altro, per amare in modo incondizionato, imparando a lasciarsi andare e lasciar andare l’altro.

La virtù del distacco non è una panacea, le panacee non esistono, almeno in questo mondo; ma è una modalità di atteggiamento performante il tutto, o quasi!

La capacità di distaccarsi promuove un’altra virtù cardinale, quella della lungimiranza, verso il consolidamento dell’integrità personale, ed è un caposaldo della legge dell’abbondanza.
Praticando la virtù del distacco emerge la virtù dell’essenziale: impariamo a mettere a fuoco noi stessi, la nostra esistenza e l’altro; di riflesso tendiamo a vivere solo chi e cosa veramente e sostanzialmente per noi fa la differenza!
s.si


Foto copertina di ARLOUK da Pixabay

««Angelo se esisti, davvero “distanti ci facciamo meno male”?»»

Riempite il silenzio per zittare l’inquietudine, “affogandola nell’alcol”. Insofferenza alla solitudine è bisogno insano di stare fuori di sé. Un anestetico che funziona in superficie e che ha il dannoso effetto collaterale di rallentare la crescita in consapevolezza, di compromettere la stabilità psicofisica e la qualità dei rapporti interpersonali, poiché comprendersi è comprendersi anche in relazione all’altro. La solitudine è condizione imprescindibile per guardarsi allo specchio, per spingersi nelle zone buie e ambigue della personalità, quelle che soggiacciono silenti e che risuonano nell’ombra, rendendo vulnerabili; per ascoltarsi lontano dal frastuono della folla e imparare a prendersi veramente cura di sé. Quando la persona si da le attenzioni di cui bisogna, non le va a cercare morbosamente fuori di sé e costruisce rapporti interpersonali liberi da aspettative condizionanti, da dipendenze malsane, abusi e violenze; cosicché la persona gode dello stato di grazia per cui si affaccia al mondo con occhio di riguardo, rispettando autenticamente l’altro. L’incuranza di sé è invece ignorare le proprie responsabilità, imputare al mondo le proprie frustrazioni, disgrazie e insoddisfazioni. La persona è incapace di riconoscere e quindi onorare il potere assoluto del libero arbitrio per sé stesso, impedendosi di evolversi e innalzarsi di frequenza vibrazionale. Di questo stallo involutivo ne risentono le relazioni: si tessono contatti insani che non arricchiscono ma depauperano reciprocamente. L’essere assume un’approvazione dell’altro tendenziosa, incline all’arroganza e pretensione, aspettandosi sé stesso… Si espone a un circolo vizioso di autocommiserazione, vittimismo ingrato, sconsideratezza e incuranza verso il prossimo, prevalendo alla fine un senso di rivalsa, un bisogno di compensazione del vuoto interiore, un insano egoismo che compromette l’incolumità interpersonale. Ecco perché in alcuni casi la distanza anche fisica è una risorsa preziosa di tutela da atti impropri, dovuti a stati alienati e incoscienti, che precludono una sana incondizionata attenzione e cura dell’altro. Stare soli con sé stessi, non è uno stato di chiusura, bensì è dedicarsi un luogo e un tempo di raccoglimento, di ascolto interiore: terreno fertile per coltivare la stabilità e giungere alla condizione di autosufficienza, alla base di una sana interdipendenza con l’esterno. A volte si rende necessario ritirarsi dalla promiscuità per recuperare la lucidità necessaria a una visione oculata di sé, del mondo e dell’altro.

««Una volta messi noi in sicurezza, allora siamo in grado di mettere gli altri in sicurezza.»»
Foto di Pexels da Pixabay

(Sole Nero)

«Io non sono, vi basti sapere. Ciò che voi credete di vedere è illusione della vostra mente, che annaspa di decodificare vacuamente ciò che non può comprendere, l’ignoto assoluto.» Sentenzia la voce senza possibilità di controbattere. «Siete umano? C’è qualcosa di familiarmente spaventoso in voi. Questa luce oscura confonde la mia vista.» «Voi sorprendete ogni logica aspettativa umana. Chiunque avrebbe ceduto in questa terra di confine e di morte. Il vostro essere riconosce in me il suo lato oscuro. È la vostra anima nera che è attratta da questo sole… ma la volontà dell’altra vostra anima di luce è più forte e predestinata a non lasciarsi avvincere. Il vostro essere senza paura vi ha salvato! Molti di voi in questo luogo non luogo hanno smarrito la strada del ritorno. Guardate, osservate in profondità il cielo oscuro che vi avvolge e orbita tumefatto intorno a questo sole nero. Vedete?! È intriso di anime perdute, intrappolate nell’oblio, nella perdizione e dimentiche delle proprie origini. Sono uomini giunti fin qui che, essendo privi di una forte identità animica, non hanno trovato in sé né la forza della luce né la forza dell’oscurità, restando intrappolati in questa terra di mezzo. Soldati zombi senza onore né patria. Molti altri hanno trovato in questo luogo l’illuminazione, raggiungendo la consapevolezza della loro essenza oscura, e hanno oltrepassato il varco ricongiungendosi alla loro controessenza dominante; ma nessun umano è mai tornato da Tule… prima di voi, pare!» «Siete dunque Voi e ciò che rappresentate i Signori Oscuri che…» La voce esplode stonata e divertita, piena d’ironico sarcasmo diabolico… scuotendo Vito dal suo stato d’immobilità forzata. «Ciò che voi chiamate i ‘Signori Oscuri’ non sono che ombre nascoste nei vostri cuori per aver rinnegato la propria origine divina. Ciò che voi chiamate ‘il male e il bene’ non sono che proiezioni mentali della vostra psiche divisa. Il vostro ‘essere non essere’ proietta all’esterno una condizione animica conflittuale, tendendo a recuperare l’integrità. Il processo è tuttavia deviato dalla vostra natura ignavia e perciò corruttibile, facilmente dimentica delle proprie origini divine, spendendo interi cicli dell’esistenza alla ricerca del proprio sé e vanificando spesso i risultati raggiunti. Questo è il genere umano, così affascinante poiché ‘ingenuo’ e così ingenuo da essere preda facile della perdizione.» «Quando l’essere umano comprenderà che i suoi mali non dipendono da circostanze esterne avverse o da un potere oscuro e malvagio, bensì dal proprio essere incapace di amarsi e di raggiungere la consapevolezza illuminata… quando l’essere umano comprenderà che lui è artefice del proprio destino e che la Verità è nel suo cuore… ci sarà l’evoluzione del genere umano, che sa da dove viene, chi è e dove sta andando… L’essere umano potrà allora essere partecipe consapevole del grande gioco che è la Vita.» «Perché mi trovo qui?» Vito è confuso e stanco. A fatica afferra il senso non senso di tutto ciò che lo circonda. L’insana figura lo sovrasta con le sue parole sconcertanti, che sfiorano l’inverosimile. «Stanno venendo a prendervi…» «Cosa?» Vito è incredulo, sentendo il suo cuore lacerarsi. In esso viva è l’immagine di due occhi di angelo biondo, contrastata da una spinta inquietante che è attrazione verso il sole nero. «Sono navi freemane in rotta per Tule. Al momento sono ferme al primo avamposto di osservazione. Solo una prosegue. C’è una donna al suo comando. Il suo nome è Ginevra Silver. Il suo cuore è spinto dal solo intento di salvarvi…» «Come sapete?» «Da qui tempo e spazio si contraggono; e abbraccio con lo sguardo tutto ciò che è. Comprendere la legge del tempo e dello spazio vuol dire comprendere anche la legge del non tempo e del non spazio. Voi umani non vivete consapevolmente tempo e spazio e siete passivamente immersi nel loro moto. Ecco perché i confini della vostra esistenza sono così netti e apparentemente invalicabili e insormontabili. Tempo e spazio dominano la condizione materica e quindi la vostra mente, creando un assurdo, poiché è il potere della mente che trascende ogni tempo e spazio. Ecco perché anime terrene particolarmente evolute possono giungere a trascendere la propria condizione fisica in uno spazio e in un tempo, contemplando l’ubiquità.» «Vi riferite a Ludovico Silver? È stato forse qui?» «Non solo… Molti come lui sono giunti in questo luogo non luogo di confine. Sono anime speciali, sovrumane. Si riconoscono dall’intensità dello sguardo che fora l’oscurità. Sono anime prossime all’illuminazione, che per il grande salto evolutivo si trovano ad affrontare nudi se stessi allo specchio e non sempre è piacevole ciò che si vede. L’anima accade subisce uno shock di polarizzazione, necessario per creare il contraccolpo che determina la reazione di rinascita.» «È così tutto confuso. Le vostre parole rasentano l’assurdo, forse sto sognando… Devo solo capire come uscire da questo incubo.» «Ne siete già uscito. Vi ho detto… stanno venendo a prendervi.» Continua la voce. «Tule è un luogo non luogo. Chiunque vi giunge vi trova ciò che sta cercando e ciò che vuole. Questo non luogo è ovunque e non è. È un campo di forze siderali e ivi l’essere umano giunge prossimo alla morte. La morte come fine dell’esistenza è un concetto assurdo, creato dalla vostra mente succube della condizione materica di spazio e tempo. La morte è semplicemente passaggio, metamorfosi, transfert dell’essenza in cammino evolutivo. A un passo dalla morte fisica l’essere riconosce la natura del proprio cammino e sceglie il varco per proseguire oltre. Coloro che vedi fluttuare, smarriti in questo mare oscuro di transito intergalattico, sono giunti pieni di paura, costretti dall’ignavia umana, restando intrappolati nella perdizione e nell’oblio, che è né essere né non essere, bensì vegetare come foglie appassite senza un albero della vita in cui riconoscersi. È la paura che ha divorato le loro anime, non l’oscurità. Voi siete giunto vostro malgrado, tuttavia non avete temuto l’oscurità, anzi avete bramato di vederla in volto! Cosicché l’oscurità si è mostrata a voi. L’oscurità è vita nella misura in cui permette la vita. L’esistenza è luce e oscurità; e l’oscurità è l’altro volto del sole. Il vostro spirito libero senza paura trascende ogni magnetismo che questo sole nero esercita su di voi e vi rende arbitro del vostro destino. Potete scegliere di oltrepassare questa soglia oppure no, ciò che conta non è il luogo dove siete diretto ma la consapevolezza di ciò che siete e che potete essere. La sola che trascende gli umani confini. La strada che poi sceglierete sarà naturalmente la direzione più in risonanza con il vostro cuore.» «Cosa c’entra Tule con il governo conradiano?» Chiede Vito sorprendentemente calmo. «Per molti che oltrepassano Die Schwarze Sonne, altri vi giungono sulla Terra. L’anima di Conrad è un’anima nera, che ha scelto di operare in questo vostro mondo. Le anime nere si mescolano alle anime di luce. Il risultato è la marcata conflittualità e alienazione interiore del genere umano con indole distruttiva, rendendolo particolarmente corruttibile, suscettibile, malleabile e vulnerabile.» «Ci sono altre anime nere…» «Raramente un’anima nera pura discende nei mondi terreni, come del resto un’anima di luce pura. Il potere oscuro è in mano a pochi sulla terra. Sempre è stato così. Non ne servono molti data la natura umana facilmente corruttibile. Paradossalmente occorrono più anime pure di luce per compensare l’azione avversa di un’anima nera. L’essenza di Conrad è nera, per il resto si tratta fondamentalmente di anime amorfe, che si lasciano corrompere dalla forza oscura. Un’anima amorfa può nascondere un cuore nero, ma anche un cuore di luce… entrando inevitabilmente in conflitto, possono emergere entrambi… ciò determina il fattore imprevedibilità, che permette i cicli di luce e ombra, l’alternarsi della vita.» «Voi umani siete anime giovani in cerca di sé. Non esiste una strada uguale per tutti, né una Verità assoluta, esiste il cuore del singolo che impara l’alfabeto universale per comunicare con il Padre e poter comprendere la strada del ritorno a casa. La nave è ormai prossima…» «Cosa avete intenzione di fare?» Domanda Vito con tono allarmante. «Nulla.» Vito è disarmato. «Non è questione di spiegamento di forze… Vedete nulla è possibile contro cuori che in profondità sono animati da fede e da volontà e che non temono di morire per la fede che arde in loro. Sono cuori che hanno scelto un cammino di luce. In loro si è risvegliata la scintilla divina. Niente è possibile contro un cuore che crede pienamente nel suo sogno. È la paura che acceca gli animi umani. È la paura di cui si serve il potere oscuro. Un’anima che non ha paura è un’anima che non può essere intaccata. Adesso è tempo che le forze di luce si riprendano il loro posto nel mondo… per molto l’oscurità ha ottenebrato i cuori degli umani ed è tempo di rinascere a nuova luce. È un gioco di equilibri precari, che tende perennemente all’armonia. Il potere oscuro resta nell’ombra… Non è questione di vincitori o vinti, bensì di flussi e sinergie e di ricominciare a fluire… Ciò che conta è comprendere da che parte stare, poiché un’anima consapevole è un’anima che è artefice della propria vita e non un’anima asservita alla volontà altrui.» «Andate, questo particolare assetto di campo di forze vi condurrà da lei. Perché lasciare che si spingano fin qui per comprendere ciò che il cuore già riconosce?! A te il delicato compito di spiegare loro una realtà che non esiste nei vostri paradigmi terreni. Dì lei che continuando non vedrebbe nulla… poiché questo luogo è osservabile solo con gli occhi della paura o con gli occhi di un’anima nera. Ciò che ti ha permesso di giungere fin qui e ora di tornare alla tua casa è che tu non sei né anima bianca, né anima nera, ma semplicemente sei. Dì loro che l’oscurità non può essere debellata dalla faccia della terra; essa è parte imprescindibile di questo vostro mondo. Solo la fede incondizionata può salvare le vostre anime di luce. Ogni anima è un universo a sé stante e al contempo parte di un universo madre. Dio non giudica il colore dell’anima. Dio ama incondizionatamente i suoi figli a tal punto che ha donato loro il libero arbitrio e il potere della creazione. Riconoscere a sé stessi tale potere è libertà di espressione e quindi realizzazione in divenire. La Luce e l’Amore sono le forze che più avvicinano l’essere a Dio, poiché Dio è luce che crea con amore incondizionato. È proprio questa forza elevata e sublime che crea paradossalmente l’Oscurità. L’anima libera di scegliere, può scegliere la luce ma anche l’oscurità. Il grande immenso disegno divino è incommensurabile e un’anima in cammino non lo può comprendere pienamente. Ci sono cose cui la prospettiva materica non può giungere ad afferrare e forse è giusto così. Basterebbe comprendere che siete scintille divine in cammino. Importante è onorare il dono della vita onorando il vostro cuore, poiché questo è il potere in voi. Il resto semplicemente è. Non siete chiamati a rispondere ai grandi quesiti del senso della vita, se non di dare un senso alla vostra vita nobilitando il vostro cuore, che significa esprimere la vostra essenza più autentica e tagliare i fili che vi rendono burattini senza un’anima con cui essere grati e due occhi con cui ammirare la bellezza della vita.»
da Romanzo Elementale, www.romanzoelementale.it
(fotocopertina di Stefan Keller da Pixabay)

cosa c’è al dis-ordine del giorno?

«Rispetta sempre e se puoi ama tutti per amore di Dio, ma guardati dal riporre perdutamente in loro la tua fiducia; altrimenti finirai per avere un amaro disinganno…

Credere in qualcuno (o anche in qualcosa) ciecamente è trasferirgli indirettamente il potere di condizionare la tua vita, di ferirti e deluderti; ovvero è cedergli la tua forza vitale.

Venerare e idolatrare qualcuno o qualcosa è maggiormente deleterio, poiché vuol dire anche porlo al di sopra di te, distogliendoti dal tuo vero Sé unico e autentico!» (www.scarabeolibro.it)

reflex…

Delegare la nostra unicità è una menomazione masochista. Perdiamo la preziosa occasione di realizzare pienamente l’opera eccelsa di noi stessi, falsando l’impronta del nostro passaggio da queste parti, che non vuol dire necessariamente salvare il mondo. Anche il semplice immenso gesto puro di una carezza sprigiona l’amore e la bellezza, che ogni volta innalzano la frequenza vibrazionale del pianeta Terra.

hmmmm……

Nella civiltà contemporanea cosmopolita, ogni distanza è azzerata da potenti strumenti di trasporto e comunicazione. I benefici inestimabili e le controindicazioni sono argomentati eloquentemente su larga scala. Sottovalutiamo gli effetti collaterali, subliminali, delle forme pensiero elementali, che assuefacciamo da protesi mediatiche, di cui siamo ormai portatori cronici. Siamo vulnerabili nella misura in cui ci illudiamo di poterle spegnere quando vogliamo.

Le scatole informatiche sono piccole streghe stupefacenti e incantevoli; inizialmente, probabile, per il loro carisma rivoluzionario sco-involgente, dimostrandosi mezzi tendenziosi straordinari.

Il loro potere suggestivo non siede sulle poltrone della stanza dei bottoni, piuttosto dipende dall’autorità dispensatrice di verità che conferiamo alla rete.

Le forme pensiero sono onde vibrazionali informative, energia potenzialmente creativa; strutturano il nostro corpo eterico, condizionando il nostro cerchio vitale. Se indotte, possono distorcere la percezione di noi stessi e dell’altro, compromettendo la nostra individualità e autenticità.

Un espediente, con tutte le attenuanti del caso, è nell’approccio con cui ci relazioniamo alla rete. Un approccio attivo e critico è salutare, sebbene insufficiente se pecchiamo di stabile autostima, integrità e dignità, ma questa è un’altra intervista…

click .…

La rete può essere una preziosa insostituibile fonte di ispirazione, una musa con cui interagire per approfondire la nostra essenza intima, al fine di esprimere e compiere il meglio autentico di noi. Un interscambio costruttivo, da cui trarre la matrice per scolpire la nostra vita con le nostre mani. Acquisto un fermaglio perché mi rispecchia veramente ed è pura gioia creativa interpretarlo secondo il mio stile e umore, non quello freddo di un mausoleo…

Una volta imparato a camminare con le proprie gambe, non abbiamo bisogno di un magnate che ci comandi come farlo. Lo stile del nostro portamento ci appartiene in modo esclusivo e lo affiniamo crescendo in auto – consapevolezza. La rete in tal senso è un importante archivio tascabile da consultare e ponderare, ma non acquistare a scatola chiusa. Questo vale per ogni ambito della nostra esistenza.

Zzzzz…

La rete prodiga medicamenti miracolosi che inducono magistralmente in tentazione. Ci esonerano dalla responsabilità di prenderci carico e cura di noi stessi, affidando ad altri o altro la risoluzione della nostra esistenza. La rete svende pacchetti standard di vita, imballandoli come il meglio a cui poter ambire. Ci confondiamo che rappresentino l’autorealizzazione massima. In realtà questa è soggettiva; non si trova sugli scaffali del supermercato. Siamo noi che la dobbiamo edificare con le nostre forze e risorse, esperienze e delusioni, i nostri successi e insuccessi, giorno per giorno, imparandoci a conoscere, onorando il dono della vita, il suo presente, accogliendoci nell’intento di migliorare in divenire e coltivando la lungimiranza con umiltà.

dip dip…

Accusare il sistema di strumentalizzare le nostre vite è tuttavia riduttivo, improprio e incompleto. La responsabilità di un’esistenza autentica o appiattita è sostanzialmente nostra.
Prima dell’avvento della rete le persone si lasciavano lo stesso trascinare e influenzare, con la sola piccola differenza che gli squali disponevano di armi coercitive a minor raggio d’azione, per cui dovevano accontentarsi di una platea locale anziché mondiale. Sua maestà sul piedistallo è sempre esistita, poiché esistono persone che ce la mettono.
Il sistema che spesso critichiamo, quando non salvaguarda il nostro orticello, è tale nella misura in cui siamo noi a permetterlo. Ci consideriamo delle vittime e al contempo aspiriamo a partecipare al banchetto dei nostri presunti carnefici, alimentando il sistema stesso… Al sistema va benissimo. Pur anche contestandolo, lo nutriamo passivamente. La
nostra insofferenza è sterile,
mancando di una vera e propria presa di auto-consapevolezza
e conseguente responsabilità personale e collettiva.

Quando rispondiamo della nostra individualità a pensare, intendere e agire, ci risvegliamo e usciamo dall’indotto forzato, per scorgere orizzonti più ampi, persino alternativi, nuove primavere… Potremmo davvero risanare le nostre vite e di riflesso opereremmo per il benessere comune.

ahem!

Abbiamo fondamentalmente lasciato che il miraggio dei beni materiali ci corrompesse, nell’illusione che l’ostentazione potesse colmare i nostri vuoti, disagi e insoddisfazioni interiori. Proiettandoci all’esterno, evitiamo di comprendere, integrare e sanare le frustrazioni. È meno faticoso imbellettarle di apparenza luccicante e vomitarle all’esterno sotto forma di esercizio del potere.

Scuotere le pavimenta di questa tendenza suicida è fruire della libertà di scelta in quanto sacra, inviolabile e intoccabile (naturalmente se e solo se nel rispetto reciproco assoluto!).

La libertà di scelta autentica è essere protagonista artefice assoluto di sé stesso e del proprio destino; è riconoscere e assumere fino in fondo le proprie responsabilità; è consapevolezza pura di sé e quindi dell’altro.

La persona autoconsapevole lo è anche delle proprie vulnerabilità, dipendenze. Libertà di scelta e auto-sufficienza sono due grandezze direttamente proporzionali.

Demonizzare la società corrente, indossando i panni della candida vittima, è vano; la differenza è nell’onorare ognuno la propria responsabilità di scelta, cosicché il benessere personale costruisca il benessere collettivo e viceversa il benessere comune coltivi il benessere del singolo.

gasp!

«Non mi meraviglierei… se gli alveari fossero celle frigo, in cui conservare carcasse umane da servire, come cibo in scatola, sulla tavola dei Signori Oscuri. Prima che all’esterno, il cambiamento bisogna cercarlo e attuarlo all’interno di noi, rompendo gli schemi rigidi e i programmi fuorvianti e limitanti, che bloccano il nostro progredire come esseri umani nel mondo. Se non partiamo da noi stessi non possiamo pretendere che il mondo risponda al nostro desiderio di un’esistenza migliore.» (www.romanzoelementale.it)

vrrr…

 

(Foto di Arek Socha da Pixabay)

 

angelo se esisti, perché ho paura?

la paura è disagio illusorio, è essere impossessati da stati mentali digitalizzati.
la paura è fuggire da sé stessi, è foglia che cade e frutto non colto.
è catena che stride ai tuoi piedi, è ali senza piume, è macigno nella gola, è ginocchia tremule, è apatia senza presente.
è apnea da capogiro, è notte bianca senza stelle, è sipario calato.
è tempo senza eternità, è morire lentamente dentro.
questo ho compreso ma non ho vissuto, la paura non è sentimento di un cuore con le ali.
non posso proteggerti dalla paura, non posso difenderti dalla tua stessa natura.
tu solo puoi cambiare il tuo animo e imparare di nuovo a volare…

angelo se esisti, perché temo la morte?

hai studiato la morte sui libri di scuola e il pensiero fisico di te con le mani conserte e gli occhi chiusi spazza via l’attimo presente di eterna luce che accende il tuo sguardo.
ti riconosci solo nel tuo volto allo specchio ma tu sei molto di più, sei luce senza tempo né spazio. tu sei anche anima che abita un corpo fisico.
il tuo essere non ha una data di scadenza, quando il tuo corpo ti vestirà stretto, cambierai casa ma non il tuo nome…

angelo se esisti, perché mi sento sola nelle difficoltà?

tu sei isola in mare aperto. le sue acque ti nutrono e in te trovano riposo.
ma Tu sei emersa per fiorire con le sole tue risorse perché quando t’innalzerai tutt’Uno nella corrente cosmica tu possa conservare la tua integrità. sono vento che asciuga le tue lacrime sole che riscalda il tuo cuore, nuvola che disseta la tua pelle ormai non ti sorprendo più e quasi mi dai per scontato.
se ti soffermi in silenzioso ascolto dell’apparente vuoto attorno puoi percepire il tuo essere di un disegno divino.
come puoi dubitare in fondo se ogni volta io ti rispondo…

angelo se esisti, cosa è questo pandemonio che ha stravolto le nostre vite?

siete uomini di poca fede, che avete creato falsi idoli quegli stessi idoli che vi stanno derubando l’anima e ora anche di un corpo. temete più per i vostri giocattoli che per la vostra incolumità.
dovreste risvegliarvi da questa insana schiavitù e responsabilizzarvi.
non è l’ira di un dio o quella di una madre natura offesa ad abbattersi su di voi. vivete la naturale conseguenza evolutiva delle vostre intenzioni e azioni.
niente può contrastare l’opera equilibratrice delle leggi supreme universali tantomeno i vostri potenti…

(Foto di Stephan Keller da Pixabay)